Da quando avevo 15 anni ho imitato i Blues Brothers ovunque le serate musicali mi permettessero di farlo. O per lo meno l’ho fatto per un paio di anni. Poi l’imitazione è passata, ma la voglia di creare una band di quel tipo mai. Cosa mi piaceva dei Blues Brothers? Beh, prima di tutto, direi la musica. Quei giri duri e pesanti di fiati e chitarre, spinte dal basso e dalla batteria che non lasciavano scampo, sono sempre riusciti a darmi una grande carica. Inoltre, l'energia e l'allegria di alcuni pezzi talmente storici e famosi da essere conosciuti praticamente da chiunque (vedi "Everybodyu Needs Somebody" o "Think") sono elementi innegabili che hanno sempre toccato le vene musicali del mio animo artistico.
Ma non è sicuramente tutto qui.
"The Blues Brothers" è un fottutissimo film di genere, dove la passione delle menti dietro al progetto esplode in ogni fotogramma della pellicola. Ci sono momenti davvero troppo caratteristici. Già solo la scena iniziale è qualcosa di storico. Jake che fa la trafila per uscire finalmente dal carcere. Con l'elenco degli effetti personali che è già tutto una descrizione completa del personaggio. Concluso dalla firma del documento da parte di Jake con una X, come dire che è un analfabeta quando è chiaro che non potrebbe esserlo.
Il film è pieno di scene eccezionali. Quando i due fratelli saltano il ponte con la Blues Mobile. Quando incontrano la Madre Superiora (sì, insomma, la pinguina). Quando vanno al ristorante per recuperare Fabolous. Quando vanno nel Soul Café con Aretha Franklin. O la scena nel negozio musicale con Ray Charles.
Per non parlare dell'incredibile parentesi al locale country di Bob. Oddio, c'è da morire. Si tratta di scene in cui viene messa in campo tutta una sequela di immagini conosciute a chi frequenta il mondo musicale o un certo ambiente culturale. La vita on the road della band che va all'avventura e capita nella serata in cui si chiede "ma che diavolo ci facciamo qui?". A chi non è capitato? La scena prosegue con la fuga rocambolesca ed esilarante dei due fratelli.
E poi la scena mitica nelle fogne in cui Jake incontra la sua ex moglie abbandonata. Impagabile. Come il concerto, l'inseguimento e il finale.
Beh, abbiamo cercato per anni di dare il via a una band che potesse permetterci di sfruttare il nostro amore per quella band e per quella musica, andando su un palco e facendo qualcosa del genere. E così, dopo una lunga e travagliata fase di progettazione, finalmente nell’ottobre 2007 sono nati i Soul For Rent.
Finalmente siamo riusciti ad andare in scena con altre 13 persone suonando pezzi dei Blues Brothers, dei Commitments, Ray Charles, Aretha Franklin, Wilson Pickett, Otis Redding, e così via. La band è proprio una "big" band... è un impegno notevole. Gestire 14 persone è difficile, complesso, spesso stressante e frustrante.
Lo si fa per passione chiaramente, per la voglia di andare su un palco a fare musica e di vedere la gente divertirsi con noi. Ma a volte sembra un lavoro, è una complessa macchina da gestire che deve andare avanti tutta insieme altrimenti dei pezzi si perdono irrimediabilmente per strada.
Nonostante la fatica, è bellissimo vedere la gente saltare e saltare e saltare quando suoniamo.



Soul For Rent

